sabato 2 gennaio 2010

Erik e la verità

Sesso, bugie e Videocracy

Intervista a Erik Gandini di Pino Finocchiaro
Articolo 21, 09/09/09

erik

La censura del trailer di Videocracy nasce dal timore che aumenti l’impatto sul pubblico del documentario denuncia del regista italiano che lavora in Svezia. Erik Gandini, autore di Videocracy, coglie il collegamento tra la sua opera precedente Gitmo, dedicata al carcere di Guantanamo e l’inchiesta sul rapporto tra media e potere nel nostro paese. “In entrambi i casi – spiega Gandini – con un sorriso lasciano trasparire impressioni e cancellano i fatti”.

Noemi rilascia un’intervista a Sky e dichiara “non ho paura di nulla”. Gli italiani che descrivi in Videocracy forse dovrebbero recuperare un po’ di sobrietà, di ritegno…
“Io ho paura. Lei non ha paura? Io ho paura. Questa situazione mi fa paura. Questo modo di lanciare così innocuo, così divertito, così divertente, così intrattenente. Nel film vedi questo mondo che non vorrebbe mai raccontare di sé stesso. Ha il monopolio di se stesso. Si racconta da solo. Da filmaker. Voglio raccontare la mia versione delle cose. Mi prendo la libertà di farlo. Con lo stesso linguaggio di questo mondo, con le immagini, con il cinema”.

Erik, a 20 anni sei andato in Svezia. Hai trascorso gran parte della tua vita professionale all’estero. Il tuo punto di vista è sicuramente…esterno rispetto al nostro. Tra le cose che ti fanno paura c’è anche quest’immagini che proiettiamo all’esterno?
“Non sono certo straniero. Sono Italiano. Né si può dire in esilio chi vive in Europa. Certamente ho un’esperienza in più in Svezia. I miei amici. Ti assillano di domande sull’Italia e non capiscono. Sempre domande spesso incredule, a volte divertite, a volte un po’ sprezzanti. L’Italia fa un po’ ridere. Videocracy l’ho fatto per un pubblico straniero. Il progetto è così. L’ho fatto per i miei amici in Svezia per far veder che non c’è niente da ridere”.
“Queste prospettive esterne. Il fatto di confrontarsi con una visione diversa, con un altro punto di vista, fa sempre bene. Rispetto a questo mondo dello spettacolo ci vorrebbero molti più interventi da un diverso punto di vista”.Videocracy

C’è un dato di fatto. Negli ultimi mesi tre direttori di grandi testate (Corriere della Sera, Stampa e Avvenire) sono stati messi all’indice da Berlusconi o dai suoi giornali non perché schierati contro Berlusconi ma semplicemente perché non affidabili come vorrebbe: tutti e tre son cambiati.

“In realtà lui si preoccupa dell’Unità. E’ come dire micro-management Quando personaggi tanto potenti si preoccupano di problemi tanto irrisori… la stampa in Italia non lo minaccia più di tanto. A livello di pubblico incidono relativamente poco…
Prendiamo il trailer che è stato censurato. E’ evidente che questa televisione non vuole che si parli della televisione con il linguaggio della televisione ma da un altro punto di vista. Ci deve essere il monopolio, l’assoluto controllo di quello che appare in televisione. Berlusconi lo ha anche dimostrato negli ultimi giorni anche con le minacce alle testate. Anche nei confronti di giornali stranieri. Questa guerra contro la libertà di espressione è importante”.

Ecco. Il trailer. Cosa può aver costretto Rai e Mediaset a censurarlo?

“Io non so. Uno dei trailer vedi immagini di vecchi programmi Mediaset con tette e culi, per altro proiettate molto più rapidamente dell’originale, che finiscono con Berlusconi che applaude ad una parata militare. Se scrivessi il messaggio di questo trailer. Una frase. Il vestito di Berlusconi è alla base del suo potere odierno. E’ una frase che se la scrivi non è una novità, anche se la scrivi mille volte non fa effetto. Se descrivi lo stesso concetto con il linguaggio della televisione, in trenta secondi, con lo spot da trenta secondi, esprime la più potente forma comunicativa. Se esprimi le stesse cose con le immagini anziché le parole e le inserisci in un contesto televisivo diventa pericoloso. “Penso che nel mio lavoro in particolare, riappropriarsi di questo linguaggio, per me, per la mia vita… è importante”.

A mio parere c’è un piccolo scoop in tutto il tuo impianto che narra di videocrazia. La suoneria del telefonino di Lele Mora (si sente faccetta nera mentre appaiono simboli nazisti e fascisti, ndr.).
“Non so se sia uno scoop. Più che un fatto ideologico, mi sembra vi sia una questione di non etica, di non valore. Non credo che Lele Mora sia un fascista convinto che legge i libri sul fascismo. Che fa propaganda. Fa invece parte di un sistema di disvalori come dice Moretti. E’ proprio che non importa assolutamente avere un’etica a questo mondo. Ho pensato a questo sogno di Berlusconi che avrebbe potuto fare dell’Italia, in politica, quello che ha fatto con le sue società, con il successo del Paese. Quel che accaduto, invece, è che il berlusconismo ha portato questa cultura senz’etica di questo mondo della televisione commerciale dentro la politica e dentro tutto il Paese. In questo senso la suoneria di Mora è sintomatica”.

“E’ un mondo che propone pochissimi valori. Insomma, quattro cose: il successo personale, l’apparenza, i soldi, l’egoismo. Questo è riconducibile alla figura di Berlusconi. Se parli di scoop, penso più alle dichiarazioni del regista del Grande Fratello, Fabio Chiatti…”

Qualcosa riunisce le figure di Berlusconi, Mora e Corona.
“Il film è raccontato in modo cinematografico. Chiaro che c’è un legame tra loro tre ma con una gerarchia. Ovviamente. C’è un legame generazionale. Di generazioni diverse che però in qualche modo ripropongono una certa cultura e la rifanno per il presente”.

Fabrizio Corona che fa la doccia restituisce in qualche modo l’impressione di qualcosa o qualcuno che lustra il nulla. Rappresenta il nulla e lo rappresenta al meglio.
“Se hai avuto quest’impressione, ne sono contento”.

Ma quando li riprendevate, non si rendevano conto dell’immagine che stavano offrendo? Persino nel paradosso che riuscivano a rappresentare con quelle dichiarazioni, quegli atteggiamenti. Il lettone bianco piuttosto che la doccia nudo?
“Nel loro mondo il documentario penso che non esista come forma. Esistono i programmi grossi, di grande impatto, in televisione. Esistono questi programmoni che loro fanno con gli spettatori. Il mio progetto per quella televisione non li interessava più di tanto…”.

Esatto. E’ l’impressione che si coglie guardando il film. Che dessero queste interviste come una… concessione…
“Sono veramente curioso di loro. Mi interessavano proprio come persone. Li ho potuti incontrare a fatica. Fabrizio è molto difficile… è impegnato. Il mio progetto è marginale nella sua vita”.

Un altro personaggio del tuo documentario è quel ragazzo che vuol diventare qualcuno sulla scena. Rappresenta molto l’italiano medio. Il giovane italiano medio.

“L’ho visto ad un casting. Un provino per un programma televisivo. E’ molto sincero, molto tenero. Molto diretto, in modo molto poco intellettuale. Quando dice che la televisione ti pone dieci gradini più in alto degli altri. Che quando vai in televisione diventi immortale. Quando è disposto a fare tante cose per andare in televisione capisci che per lui non è un hobby. E’ sul serio. Ha investito. Nella sua vita di operaio in fabbrica, al tornio, quel mondo è il paradiso. Però è anche solo. Tutti questi protagonisti sono tutti soli. Hanno un progetto assolutamente individuale. Se riesce va bene a loro stessi. Il concetto è: i soldi fanno bene a te.
“Non c’è niente di collettivo, di altruista in questo. In questo sogno in cui tutti sono avvolti sono completamente soli. Ed è un po’ la cosa che vivo dell’Italia di questo momento. Il messaggio che viene dall’alto è quello di pensare a se stessi, alla propria famiglia, ai propri amici e basta. Soprattutto a se stessi. Non c’è un progetto collettivo in atto. In Svezia si respira in modo diverso. Ci sono i progetti collettivi della società. L’ecologia, la parità dei sessi. Vanno a prescindere dall’appartenenza politica. In Italia questo manca moltissimo. Il berlusconismo conferma questo egoismo di base”.

Erik, nel tuo lavoro di documentarista sei passato da Guantanamo al fortino dei media di Berlusconi. E’ sempre un problema di libertà.
“Il legame tra Guantanamo e le televisioni di Berlusconi è più vicino di quanto si pensi. Guantanamo è un posto totalmente aberrante ma che viene raccontato da loro giocando moltissimo sulle impressioni. Sull’impressione che lì tutto vada bene. Lì, ci sono queste guide bionde con gli occhi azzurri, molto gentili, ti fanno fare un giro della base per tre giorni, in albergo. Le guide rappresentano una facciata esterna molto innocua. Mi rendo conto che così come è stato raccontato Guantanamo, assolutamente sulle impressioni, non sui fatti, si percepisce l’idea che va tutto bene a livello di opinione pubblica. La stessa cosa c’è in Italia, fortissima, con questa cultura di videocrazia in cui le impressioni sono tutto. Basta dare i messaggi emotivi… tipo: Noemi era semplicemente un rapporto di padre buono che si preoccupa di una ragazza giovane che tutto si risolve. I fatti non contano, solo le impressioni.

Erik, sei nato a Bergamo. Quando hai scoperto di essere nato in Padania? E che sensazione hai provato?
“L’ho scoperto negli anni in cui andavo molto in Bosnia. Ho fatto i miei primi film a Sarajevo, in Bosnia nel ’94, ’95. Mi sono scontrato con la realtà balcanica totalmente ossessionata dall’idea di popolo. Il mio popolo è diverso dal tuo popolo. Io sono serbo tu sei musulmano. Siamo uguali. Abbiamo la stessa lingua. Siamo imprescindibili. Però siamo più preoccupati dalle differenze tra di noi che dalle cose familiari. In questo contesto che faceva veramente paura, ho scoperto la stessa mentalità nella zona in cui sono nato e cresciuto, nel Bergamasco, dove c’era molto questa rinascita di identità del popolo padano. E… ho avuto paura anche lì”.

sabato 14 novembre 2009




Chi ci mandò a Nassiriya senza dirci che lì si era in guerra?




AURELIANO AMADEI: TRE ANNI DOPO CHIEDO VERITA'



di Pino Finocchiaro *




"Tre anni dopo, sembrerebbe tempo di tirare le somme. Ci sono bilanci positivi e ombre da dissipare. Positivo sta nel fatto che l'informazione sulla tragedia di Nassiriya sta iniziando a mettersi in moto. Ci sono stati alcuni mezzi di informazione, come voi di articolo 21, che hanno iniziato presto a raccogliere segni di malcontento tra i familiari delle vittime e i sopravvissuti della strage. Altri iniziano a farlo adesso, tre anni dopo".



Aureliano Amadei, aiuto regista, unico civile sopravvissuto alla strage della base Maestrale, celebra i tre anni di una nuova vita con in braccio la figlioletta nata da pochi mesi: il ché è già un bel miracolo dopo quella deflagrazione che lo fece volare in aria. Era stato un attore acrobata, in pochi secondi si ritrovò vivo ma zoppicante. Aureliano, porta ancora i segni di quell'urto, zoppica ancora. Ma il suo passo artistico si è fatto spedito.




Il libro "Venti sigarette a Nassiriya" scritto con Francesco Trento è stato accolto bene dalla critica e vende in libreria. Adesso Aureliano lavora alla sceneggiatura di un film che potrebbe essere prodotto dalla Rai. Ma Aureliano, tre anni dopo, la strage in cui perse la vita il suo produttore esecutivo, Stefano Rolla, chiede solo verità. Vuol sapere chi e perché li mando a Nassiriya senza informarli della guerra incombente. Vuol sapere come mai tra i produttori del film che avrebbero dovuto girare si trovava un vecchio arnese dei servizi come Achille De Luca, recentemente arrestato insieme al presunto re Vittorio Emanuele nell'inchiesta di Potenza?



Il clima informativo dei primi giorni era pesante.




"Nei primi giorni si faceva finta di niente. Subito si è prospettato che le difese della caserma fossero inadeguate ma non se ne è parlato sino a pochi mesi fa. I carabinieri mi avevano detto che lo sapevano pure i sassi che sarebbe accaduta la strage di Nassiriya. Parlavano di scontri a fuoco prima dell'attentato mentre in Italia si parlava di un clima sereno. Parlavano di minacce e avvertimenti con tanto di numeri di targhe. Allora, prima di partire, tutto questo non ci stato detto. Quest'anno, invece di pompose cerimonie e parate per ricordare i poveri italiani si inizia a ragionare su quello che è successo quel giorno".



Anche tra i familiari c'è sete di verità.




"Sino a pochi giorni fa ho sentito i familiari dei caduti che ancora chiedono di sapere come sono morti i loro cari. Ancora non ci è stato detto se sono caduti a causa della riservetta o di altre mancanze che questa caserma aveva".



E le vittime civili?




"Ecco, non sono ancora emerse le chiare responsabilità di chi ha inviato una troupe cinematografica in zona di guerra casusando la morte di tre persone, oltre a Stefano Rolla, il capitano Ficuciello e il maresciallo Olla. Ovvero, la nostra scorta. Non è stato chiarito attraverso quale iter sono stati ottenuti questi permessi.



"Uno dei produttori del film, Achille De Luca, è stato arrestato nell'ambito dello scandalo che ha portato in carcere Vittorio Emanuele. Inoltre è emerso che De Luca aveva contatti con i servizi segreti e quindi all'interno del ministero della difesa. Il film poteva contare sul patrocinio oneroso del ministero della difesa. Altri patrocini venivano dai dicasteri degli Esteri e Beni culturali. Certo è strano che uno stato restio a darti un permesso per fare riprese sull'autostrada Salerno Reggio Calabria per i rischi che comporta, abbia concesso a due piccole società di produzione (Matrix e Gabbiano) il permesso per fare un film, non un documentario o un servizio televisivo, in Iraq dove si spara. Sono zone oscure da chiarire".



Sei un testimone privilegiato eppure non tutti giudici che indagano ti hanno sentito.




"La procura militare mi ha sentito. La procura penale no. Abbastanza singolare? Sì, è vero. La mia testimonianza è stata spesso snobbata. Meglio per l'informazione, così non sono tenuto a nessun segreto istruttorio e posso parlarne con la stampa".



Cogli una certa voglia di dimenticare?




"Si è cercato di non parlarne nel periodo immediatamente successivo. Ora che rappresenta meno una minaccia per i vertici che stanno cambiando, si lascia che la verità emerga".



Alessandra Savio, vedova del sottotenente Merlino, invoca per la memoria del marito e dei suoi colleghi il conferimento di una onorificenza militare. Cosa ne pensi?




"Non è stata ancora chiarita la modalità della morte per ognuno di loro e questo ha una ricaduta sulla mancata assegnazione del riconoscimento al valor militare. Si dovrebbe ammettere lo stato di guerra a Nassiriya. Ma i nostri contingenti sono ancora lì. Penso che per le vedove ci sarà parecchio da lottare.



A Nassiriya c'era la guerra o la pace?




"Lasciamo perdere le mie personali impressioni. Sono stato così poco a Nassiriya. Ma ho raccolto molte testimonianze: le caratteristiche sono quelle di una zona di guerra. I nostri militari partecipavano ad azioni di offensiva. Penso alla battaglia dei ponti e alla ripresa della caserma Libeccio. Azioni spesso comandate dall'esercito britannico. I carabinieri sono stati impegnati in scontri a fuoco ripetuti e continui. La raffineria operava sotto scorta del contingente italiano, per un tentativo di guadagno petrolifero. Tutte cose che mi fanno pensare alla guerra non alla pace".
* Intervista realizzata nel mese di novembre 2006






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lunedì 14 settembre 2009


Stragi: Spatuzza parla di Dell’Utri

e i berluscones si arrabbiano

Di Pino Finocchiaro


Il senatore Marcello Dell’Utri è stato citato dal pentito Gaspare Spatuzza negli interrogatori della procura di Firenze sulle stragi e mancate stragi del ’93 a Milano, Roma e Firenze. Questo preoccupa il presidente del consiglio che attacca i magistrati. Mentre l’ex magistrato Luigi De Magistris auspica maggiore sforzo dei magistrati nell'indagare sui rapporti tra Forza Italia e cosche. "Credo - sostiene - che i magistrati debbano fare di più. Non dimentichiamo che Marcello Dell'Utri è un condannato per mafia, ed è il primo consigliere di Berlusconi".

Tutto comincia l’8 settembre a Milano con Silvio Berlusconi all’attacco: “"E' follia pura. So che ci sono fermenti in Procura, a Palermo, a Milano. Si ricominciano a guardare i fatti del '93, del '92, del '94... Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico fanno queste cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese''.

Ma la procura di Palermo non indaga e non ha competenza sulle stragi del 92-93. Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, di ritorno dalle vacanze interviene sulle polemiche politiche innescate da Berlusconi : "Mi hanno onestamente sorpreso le dichiarazioni di Berlusconi su noi e sulla procura di Milano, perché noi non abbiamo indagini sulle stragi del '92 e del '93". Dice Francesco Messineo e aggiunge. "Quelle indagini sulle stragi di mafia sono di esclusiva competenza di Caltanissetta e di Firenze, noi a Palermo non abbiamo indagini su questi fatti e non potremmo neppure averne - spiega Messineo - Non riesco a leggere a quale tipo di indagine si fosse riferito il presidente del Consiglio nella sua dichiarazione".

Sull'ipotesi di riapertura del fascicolo "Sistemi criminali" affidato ai pm Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, Messineo ammette: "Abbiamo sì delle indagini alle quali partecipa e collabora il pentito Gaspare Spatuzza ma si tratta di indagini su delitti di mafia avvenuti a Palermo - dice ancora Messineo - Non ha nulla a che vedere con le stragi. Le indagini non sono di nostra competenza. Non so ne abbia Milano. Anche questo non riguarda il mio ufficio".

L'ex boss di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, offre una nuova versione della strage di via D'Amelio sulla quale indaga la procura di Caltanissetta. Sulla sua attendibilità i giudici nisseni non si sono ancora pronunciati. Invece, i giudici di Firenze che indagano sulla strage di via dei Georgofili, cinque vittime, ritengono Spatuzza credibile ed hanno chiesto per l'aspirante pentito il programma provvisorio di protezione.
Le sue dichiarazioni sui rapporti tra mafia, politica e affari potrebbero aprire nuovi scenari ma soprattutto riaprirne altri giocoforza abbandonati per mancanza di prove e testimoni. Spatuzza, che è tra i killer di don Pino Puglisi, propone una nuova versione delle presunte “coperture politiche” contro le quali i magistrati di Caltanissetta e Firenze si sono imbattuti più volte rimbalzando poi sul classico muro di gomma. Nessun segreto di Stato, segreti di fatto. Ad esempio, per il pentito Nino Giuffré, boss di Caccamo, l’attentato allo stadio Olimpico di Roma doveva essere solo dimostrativo ma vi avrebbero potuto perdere la vita decine di carabinieri. Spatuzza ha una sua idea.

“Per fortuna, quella volta qualcosa non funzionò nei circuiti elettrici del telecomando che avrebbe dovuto far saltare in aria un'auto - una Lancia Thema - con dentro 120 chili di esplosivo. – spiega Attilio Bolzoni su Repubblica - Non ci fu strage. Ma rivela oggi il pentito Gaspare Spatuzza ai magistrati di Firenze: "Giuseppe Graviano mi disse che per quell'attentato avevamo la copertura politica del nostro compaesano".

Di ''momento storico particolare'' parla il figlio di Paolo Borsellino, Manfredi: ''Sembra che lo scenario in cui è maturata la decisione di assassinare mio padre possa schiarirsi
da un momento all'altro grazie a nuove collaborazioni e a particolari forse trascurati dagli investigatori in passato'', in una lettera inviata agli organizzatori del dibattito dedicato alla memoria del magistrato, organizzato a Roma da Atreju 09, la festa dei giovani del Pdl.
Su quel palco sale il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto "Nessuno è contro le indagini sulle stragi di mafia. – dice Cicchito, poi precisa - Ma quando si vuole ricostruire un teorema che prevede che nel 1992-93, sia per quanto riguarda Falcone e
Borsellino, sia per quanto riguarda gli attentati di Roma, Firenze e Milano, i mandanti sono stati Dell'Utri e Berlusconi, allora non siamo sul terreno della lotta alla mafia, ma su quello della più volgare strumentalizzazione politica di parte".

La parola ai giudici.

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