sabato 8 agosto 2009

Ciancimino, il Tavolino e i Cavalieri


Articolo 21 - Editoriali

Dalla Chiesa, l’Apocalisse dei Cavalieri


di Pino Finocchiaro


Eredita’ cospicua quella lasciata da Carlo Alberto Dalla Chiesa ai Siciliani. Non solo per il sacrificio della vita condiviso con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Non solo perche’ quella strage obbligo’ il parlamento a varare la legge che istituiva il 416 bis, sull’associazione mafiosa. Innanzitutto e soprattutto per aver indicato nel connubio tra affari, politica e mafia il nodo da sciogliere. Perche’ aveva impiegato bene i suoi cento giorni a Palermo, l'ex generale dei carabinieri.


E’ accaduto venticinque anni fa. Un altro secolo, un altro millennio. Ma la breve avventura del generale Dalla Chiesa alla guida della prefettura di Palermo, ha inciso in modo rilevante nei metodi investigativi di questo quarto di secolo che ci separa dall’attentato con cui Cosa Nostra pose fine alla sua intenzione di porre ordine negli appalti siciliani.


"Ogni anno – spiega il presidente della commissione Antimafia, Francesco Forgione - questo anniversario ci ricorda che ci volle il suo sacrificio per ottenere che la legge principale per contrastare la mafia fosse varata dal Parlamento.


“Ancora adesso tutti quelli che lottano contro la mafia possono farlo anche grazie al sacrificio di Dalla Chiesa, che dimostro' gia' all'epoca di aver capito che uno dei fronti piu' difficili da affrontare fosse quello delle collusioni con la politica eche proprio dalla politica non ottenne gli strumenti necessari".


Perche’ il nodo da sciogliere oggi come allora e’ quello del rapporto tra le zone grigie della società e delle istituzioni con il potere surrettizio di Cosa Nostra. Il nodo del riciclaggio dei proventi di droga ed estorsioni in attivita’ imprenditoriali assolutamente lecite. Dagli immobili alle compagnie aeree, dai supermercati alle industrie chimiche, dagli alberghi alle agenzie di viaggi.


Quando Dalla Chiesa giunse a villa Whitaker mise subito all’indice le più grandi imprese catanesi che erano sbarcate a Palermo con il consenso di Cosa Nostra. Un fatto epocale che mostrava la grande adattabilità negli affari dei nuovi vertici della mafia siciliana. Li chiamavano i Cavalieri dell’Apocalisse. A denunciarne i misfatti era rimasto col suo gruppo di “carusi” solo il direttore del periodico ‘I Siciliani”, Pippo Fava, che sarebbe stato ucciso da li’ a poco, nel 1984, proprio per fare un favore ai “Cavalieri”.


Di Dalla Chiesa, cosi come di Fava, nei palazzi dei Cavalieri si mormorava “questi non ci fanno lavorare”. E per lasciarli lavorare in santa pace i vertici di Cosa Nostra non esitarono a farli fuori entrambi.


Per i Cavalieri del Lavoro che reggevano i fili della politica in Sicilia fu pero’ l’inizio della fine. Dopo Dalla Chiesa giunse a Catania un questore, Luigi Rossi, che propose il confino per tre Cavalieri denunciando la loro pericolosità sociale. Come pietra in uno stagno, la richiesta di confino fece mormorare la Sicilia bene. Come, i loro cantieri sono aperti in Africa e Medio Oriente, fanno affari con gli Stati Uniti, possiedono giornali e televisioni private, sono dei benefattori e gli sbirri / prima il carabiniere poi il poliziotto / si accaniscono su di loro? Ovviamente del confino non se ne fece nulla.


Da li’ a qualche anno un giudice catanese avrebbe assolto i Cavalieri dell’Apocalisse con una storica sentenza, negando ogni responsabilita’ penale in quanto avrebbero accettato i contatti con i clan solo per costrizione ambientale.Una costrizione che ne’ un politico come Pio La Torre ne’ un imprenditore come Libero Grassi avevano accettato e per questo furono uccisi da Cosa Nostra.


Il seme della legge La Torre e la volonta’ di Dalla Chiesa diedero i loro frutti. Ci furono altre indagini patrimoniali, ci fu il maxisequestro da cinquecento miliardi contro uno di loro accusato di aver ispirato l’omicidio di Pippo Fava, accusa mai provata in giudizio, e per i Cavalieri di Catania inizio’ l’apocalisse. Alcuni provarono a vendere, altri riuscirono a riciclarsi all’estero. Uno di questi gruppi fini’ negli Stati Uniti tra le ditte che producono apparati di sicurezza nel dopo 11 settembre. Ma fu proprio quell’indice puntato sugli affari da Carlo Alberto Dalla Chiesa a provocare l’apocalisse dei Cavalieri, spesso citati negli atti giudiziari prodotti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.


Dalla Chiesa si sentiva solo. Lo confido’ a Giorgio Bocca in una delle sue ultime interviste. "Ero in vacanza e il generale Dalla Chiesa mi chiamò: venga a Palermo, devo parlarle. Presi il primo aereo e arrivai in quella palazzina che era il suo quartier generale. Entrai senza che nessuno mi fermasse per un controllo. In quel momento ebbi la percezione di una battaglia persa".


Ma Dalla Chiesa avvertiva quella solitudine come una garanzia. Non andava alle feste per evitare di essere inconsapevolmente attratto in zone grigie e buchi neri della buona societa’ palermitana. Buona ma neghittosa. Dove nessuno parlava di mafia, ma tutti pagavano il pizzo.


Il vicepresidente della Commissione antimafia, Giuseppe Lumia, ricorda che "quando fu ucciso la sua morte fu soprattutto una conseguenza della solitudine in cui si trovo' a combattere contro Cosa nostra. Una solitudine che fu per gran parte responsabilita' del mondo politico. Se allora nacque il 416 bis oggi dobbiamo lavorare perche' le normative sulla mafia siano capaci di contrastarle veramente".


Se oggi gli industriali siciliani prendono posizione contro il racket e minacciano espulsioni e’ anche grazie al sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa.


"Oggi – ricorda ancora Francesco Forgione - il suo ricordo deve spingeretutti ad individuare quali nuovi strumenti operativi e legislativi devono essere realizzati: per questo lavoreremo per avere un corpo unico delle norme antimafia, migliorare leggi e procedure per il sequestro e la confisca dei beni e nuove norme sullo scioglimento dei consigli comunali".


L'ex generale dei Carabinieri che era riuscito a piegare le Brigate Rosse nulla aveva potuto contro il patto scellerato tra politica, mafia e affari in Sicilia. Le sue indagini sui grandi gruppi industriali e sulle connivenze con i vertici di Cosa Nostra furono il primo motivo della sentenza di morte decretata dalla mafia.Oggi lo ricordano in molti. Tutti ricordano che dopo l'attentato di Palermo fu varata la legge sull'associazione mafiosa.


Ma contro i kalashnikov di Cosa Nostra lo Stato non aveva concesso a Dalla Chiesa ne' un'auto blindata ne' una vera scorta, ne' i poteri speciali che Dalla Chiesa aveva chiesto sin dalla nomina a prefetto di Palermo. A conclusione di quei cento giorni, ci fu chi fece sparire la sua agenda dallo studio di villa Whitaker, sede della prefettura. A Palermo, capita.
Venticinque anni dopo qualcuno in Sicilia si accorge che la mafia uccide il libero mercato. Dalla Chiesa lo aveva detto inascoltato, venticinque anni fa, un altro secolo, un altro millennio. Poi, lo uccisero.




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lunedì 9 febbraio 2009

Felice Casson, giudice scomodo schedato dai Servizi

Un attacco alla verità

di 

Un attacco alla veritàdi Pino Finocchiaro

Senatore Felice Casson. Dopo anni trascorsi a indagare sui servizi segreti deviati, si ritrova nell’elenco dei giudici schedati e seguiti dai servizi… non deviati.

“Due cose innanzitutto. La Cosa non mi sorprende assolutamente perché ero abituato ad essere controllato anche prima. Tant’è vero che alcuni anni fa, in occasione di una mia relazione fatta a Madrid sui servizi segreti  a livello europeo – avevano partecipato, ricordo, relatori dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, Otelo de Carvalho, leader della rivoluzione dei garofani in Portogallo – la mia relazione è finita in sintesi agli atti del Sismi ed è stata trovata durante una perquisizione. Si figuri che controllo c’era…”

- Un controllo… meticoloso…

“Era il tempo di Gladio. Immaginarsi. Addirittura, qualcuno era stato cacciato via per non aver trovato nulla su di me. Lo davo per scontato. Quando si fanno certe indagini da Palermo, a Milano, Venezia, credo che sia scontato che ci siano questi interessi illeciti da parte dei servizi segreti. Prima cosa.

“Seconda cosa. Quel che viene fuori, in maniera più grave, è che non si trattava di una parte deviata ma di un’attività che il Sismi riteneva istituzionale. Qui ripropongo il vecchio dilemma che ho sempre detto: i servizi deviati non sono mai esistiti ma quando hanno deviato nelle indagini sulle stragi lo hanno fatto perché erano istituzionalmente fatti per lavorare così. Quindi, non solo adesso. Anche quando depistavano per le stragi”.

- Emerge che persino i vostri colleghi stranieri venissero sorvegliati…

“Non mi sorprende. Perché se mi controllano a Madrid. Se vanno a Madrid i nostri. Vuol dire che loro sono interessati a questi rapporti internazionali a questi scambi di opinioni o di relazioni in materie sensibili. Viene alla luce un dato che in minima parte conoscevo anche prima ma che davo per scontato in maniera molto ampia. I servizi, dall’epoca del Sifar ai successivi, si sono comportati sempre alla stessa maniera. Sono stati forse più cauti, più attenti. Ma hanno lavorato ritenendo di poter fare sempre quello che volevano. Il problema è che il potere politico non ha mai avuto il coraggio né la forza di riformare seriamente questi servizi cosiddetti di sicurezza”.

- Il dubbio è che lavorino più a favore di un governo, di una parte politica che non dello Stato.

“Non solo. Forse è anche peggio. Nel senso che non è a favore di un governo ma a favore di una parte che può essere al governo, può non esserlo. E quindi di costituire, comunque far parte di una sorta di potere che si ritiene autonomo e indipendente rispetto agli organi costituzionalmente preposti”.

- E’ una sorta di golpe istituzionale. Un golpe freddo.

“ Non uso la parola  golpe perché richiama qualcosa di violento. Direi che all’interno delle istituzioni queste gravissime forme di deviazioni, soprattutto da parte del servizio segreto militare ci sono sempre state”.

- Cosa si può fare? Sia sul piano normativo che del controllo sociale?

“E’ in discussione al Senato la legge di riforma sui servizi segreti. Arrivata dalla Camera dei deputati. Giovedì, fatalità,  la commissione Giustizia ha redatto un proprio parere su questa riforma proponendo delle modifiche. Vengono toccati punti molto delicati su questa riforma dei servizi segreti. Innanzitutto, per quel che riguarda il segreto di Stato, la gestione di questo segreto di Stato. Le garanzie funzionali per gli appartenenti ai servizi e il reclutamento. Bisogna incidere fortemente sul settore reclutamento, sulla formazione di queste persone e quindi su tutta la gestione del personale”.

- Parlando con i pm di Marsala che indagavano sulla strage  di Ustica mi sentii dire che non era mai stato opposto il segreto di Stato. C’è un segreto di fatto ancora più inviolabile?

“Sì. Infatti. Non è necessario che venga opposto. I segreti per risolvere a suo tempo la strage di Bologna, o di Peteano, o di Ustica, non li troviamo in un cassetto. Perché formalmente non esiste un documento dove si possa trovar scritto chi ha usato l’esplosivo, chi ha preparato l’ordigno, chi l’ha portato di qua, chi l’ha portato di là. Il problema è inverso. Il problema è la gestione delle informazioni, delle notizie, dei contatti che si hanno a livello, visto che qui parliamo di stragi, di eversione interna o internazionale”.

- Quindi non è un segreto di Stato, quello di cui stiamo parlando, ma una vera e propria menzogna. Una disinformatia istituzionale.

“Sì. Diciamo che non è soltanto un problema di segreto di Stato. In certe situazioni lo è stato e lo è ancora. Basti pensare al caso Abu Omar o al caso Sgrena-Calipari. E’ assurdo che questo governo si comporti peggio del governo precedente opponendo il segreto di Stato in modo che ritengo assolutamente 
illecito. Vi sono altre situazioni più gravi, di coinvolgimento anche diretto e più profondo dei servizi in cui non vi è il problema di opporre il segreto. Come per piazza Fontana o la strage di Bologna. Può essere opposto su questioni singole. Il problema è più ampio. Più complessivo. Sul comportamento di questi uomini”.

- Nella sua veste di senatore, di esponente di questa maggioranza. Che effetto le fa sapere che gli uomini che indagavano su di lei, parliamo degli ultimi anni, siedono ancora in sedi istituzionali come il ministero della Difesa o palazzo Chigi?

“Questo è gravissimo. Come ho avuto modo di affermare al Senato, in commissione Giustizia. E’ gravissimo. Come è grave il comportamento del governo Prodi sul caso di Abu Omar e Sgrena-Calipari. Credo che ci voglia veramente un ripensamento e una modifica profonda all’interno degli apparati.

“Perché, ripeto e dico, ci sono delle persone all’interno del centrosinistra che hanno paura di qualche cosa. Noi vorremmo sapere di chi hanno paura e di che cosa. Siccome non c’è trasparenza, rimangono questi punti di domanda molto forti e molto pericolosi per le istituzioni”.

- Quindi, il rimedio principale contro questo tipo di inchieste è la sobrietà personale. Insomma, rimanere al di fuori e al di là da ogni tipo di accusa.

“Certo. Il punto è la trasparenza. Di non avere avuto e di non avere problemi. Di non avere nessun tipo di scheletro o scheletrino nell’armadio. Di non potere essere ricattati in nessuna maniera. Credo che non sia un caso che il Sismi avesse steso una rete così diffusa di controlli proprio per cercare di avere notizie da utilizzare in maniera diretta o indiretta. Questo è pericolosissimo. Perché dove non ricevevano notizie vere se le inventavano, creando il sistema delle veline”.

- Tra le persone “monitorate” dalla centrale spionististica di via Nazionale vi erano diversi giornalisti o anche parlamentari che in passato erano stati giornalisti o scrittori. Fa tanta paura la verità in Italia?

“Non è assolutamente un caso. Io definisco il potere giudiziario e il potere dei giornalisti come due colonne di un sistema democratico moderno. Perché sono dei sistemi di controllo, sia sulla politica, sia sulle istituzioni. I giornalisti anche sulla magistratura. Se vengono minate le basi di queste due colonne, vengono minate le basi stesse della democrazia. Quindi, controllare queste due colonne, vuol dire controllare tutto il sistema politico istituzionale”.

- Gli ultimi provvedimenti, incluso il disegno di legge Mastella, non sono a favore dei giornalisti.

“Stiamo affrontando la questione in commissione Giustizia al Senato. Sono relatore di questo disegno di legge. Ho individuato nella mia relazione almeno otto punti critici che vanno verificati. C’è una convergenza, almeno nel centrosinistra, della commissione Giustizia, per una modifica dell’impostazione propria di questo disegno di legge Mastella, sulle intercettazioni e sulla pubblicazione delle notizie. Ci saranno sicuramente emendamenti e delle modifiche in materia. Questo disegno di legge Mastella soffre di strabismo istituzionale. Nel senso che vorrebbe andare a colpire maggiormente l’ultimo anello della catena. Senza rendersi conto o, forse, senza dare tanta importanza al fatto che per quanto tu metta una sanzione più grave e nei confronti del giornalista non eliminerai il rischio della fuga di notizie, se non intervieni sulle fasi precedenti che sono quelle della polizia giudiziaria e della magistratura”.

- Il ddl Mastella si propone di impedire l’accesso ai giornalisti persino alle notizie già note all’imputato. Questo nulla ha che vedere con la riservatezza delle indagini.

“Questo è assurdo. L’ho criticato molto duramente. Come tutti quelli del centrosinistra che hanno fatto una critica dura su questo punto. Sicuramente su questo punto ci saranno degli emendamenti. Perché è assurdo che le intercettazioni anche quando sono già a conoscenza del difensore e dell’indagato magari arrestato, non sono più per definizione coperte da regime di segretezza, non possano essere pubblicate sui giornali. Varrebbe a creare dei privilegi inaccettabili in un sistema democratico come il nostro. Basti pensare alle conseguenze di fatto. Di tante indagini delicatissime in materia di corruzione, crack Parmalat e Cirio, o anche di terrorismo non sapremmo assolutamente niente per anni e anni. Pensiamo ad un’altra vicenda per altri versi differente  come Calciopoli, non sapremmo nulla a tuttora. Perché le indagini sono molto lunghe, l’udienza preliminare è lunga lo stesso, per anni silenzio assoluto. Se un giornalista scrive, viene punito. Credo che non sia accettabile”.

- Il rischio di punizione vale anche per i giudici con questa prima scrittura della separazione delle funzioni fra le carriere di giudicante e pubblico ministero.

“Noi avevamo trovato un intelligente equilibrio istituzionale tra le richieste di separare completamente vite e professioni dei pubblici ministeri rispetto ai magistrati della giudicante e quelle di chi voleva lasciare le cose così come stavano.

“Credo che una forma di separazione delle funzioni sia istituzionalmente corretta, anzi doverosa, bisogna trovare l’equilibrio giusto. A mio parere la commissione Giustizia aveva trovato un sistema equilibrato che potrebbe risolvere i problemi e lo sconcerto determinati nell'opinione pubblica da certi provvedimenti del passato.. Ovviamente, i magistrati resistono. Credo ci sia un po’ troppo corporativismo su questa cosa all’interno della magistratura”.

- Oltretutto, ci sono dei tempi da rispettare. Se non si trova un accordo entro la fine di luglio c’è il rischio che entri in vigore la legge Castelli.

“Nella foga corporativa dei magistrati, qualcuno non se ne rende conto, ci stiamo avvicinando molto rapidamente al 31 luglio e si rischia di far entrare in vigore quella che abbiamo chiamato Controriforma Castelli, perché va contro l’impostazione costituzionale del nostro ordinamento”.

- Quindi, bisogna trovare assolutamente un accordo entro quella data.

“Assolutamente sì. In Senato ci attende una settimana calda. Vedremo a che punto verrà trovato un equilibrio in aula. In questo momento non sono in grado di dare nulla per scontato”.

- Un altro dei punti critici di questo disegno di legge riguardava l’accesso alle funzioni direttive e la loro durata…

“Credo che sia stato superato. Non c’è contestazione da parte della magistratura. Abbiamo creato e stabilizzato il meccanismo di temporaneità degli incarichi. Il sistema di valutazione  del magistrato è demandato comunque al Consiglio superiore della Magistratura. Sono inserite delle norme che impongono al magistrato un aggiornamento professionale costante nel corso della sua carriera. Con dei passaggi, delle valutazioni periodiche. Credo che sia un segno di serietà. Se i magistrati contestano anche questo vuol dire che non si rendono conto quanto sia necessario un clima di serietà… che riguarda tutti quanti. Non mi sembrano assolutamente eccessive queste norme… impongono una maggiore professionalità”.

pinofinocchiaro@iol.it


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domenica 11 gennaio 2009




Manuela Dviri, scrittrice, madre di Ioni, soldato israeliano ucciso in Libano


“Gaza, questa è una guerra inutile”

Intervista di Pino Finocchiaro


“Sapessi cosa ci fanno gli Israeliani”. “Anch’io sono Israeliana”. “No, tu non hai nessuna colpa”.
Manuela Dviri, scrittrice nata a Padova ma Israeliana per scelta crede nel dialogo e non ha mai perso i contatti con un amico palestinese dandone conto in una rubrica sulla Gazzetta dello Sport.

Manuela narra della speranza e del dialogo, che non si spengano mai, che non s’interrompano mai. Manuela è un ebrea che ama Israele e la Palestina. Che ama insomma la pace e odia tutte le guerre. Come quella guerra in Libano, nel 1998, che gli ha strappato il figlio Ioni, vent’anni, soldato dell’Idf ucciso da un razzo mentre indossava la divisa. Una madre che ha replicato pronta alla lettera del capo dello stato gridandogli in faccia. “Sei sicuro che ti ricorderai di mio figlio?”.

E’ il dissenso di un’ ebrea che ama Israele e la Pace. E’ il dissenso di una donna cosciente che questo dissenso è possibile in Israele e nel mondo occidentale ma non sarebbe mai ammesso per la madre di un martire di Hamas. Ed è una differenza importante.

“Questo disastro umanitario era evitabile solo evitando la guerra. In una zona come Gaza è impossibile non uccidere civili”.

“Buona parte della società israeliana si è chiusa in se stessa nella propria sofferenza. Come avvenne per la guerra del Libano nel nord di Israele. Fatica a capire che c’è una sofferenza anche dall’altra parte. C’è una chiusura alla sofferenza dell’altro”.

- Lei ha avuto una reazione diversa. Quando suo figlio è rimasto ucciso undici anni fa in Libano, alla lettera del capo dello stato ha risposto, no grazie.

“Beh, ma io sono una. Altre pensano in altro modo. Pensano che le guerre siano un punto di inizio. Si inizia dalla guerra per andare alla tregua. La guerra diventa un modo per dialogare. Ora stiamo dialogando sparandoci. Io professo il dialogo vero, quello che può essere più difficile, più stressante di quello della guerra. Però costa molto meno in vite umane. Costa molto meno in assoluto. Pensiamo a quello che abbiamo speso per armarci, sia da parte di Hamas, sia da parte nostra - per armarci e per ucciderci - se lo avessimo speso in altro modo, il Medio Oriente sarebbe un altro. Gaza sarebbe un’altra. La vera vittoria sarebbe vedere un territorio come quello di Gaza aperto al mondo. Una striscia lungo il mare piena di alberghi, ricchezza e tranquillità. In questo caso, alla fine, anche il fanatismo musulmano, perché stiamo parlando di Hamas, non di chierichetti. Sono fanatici, fondamentalisti religiosi. Basta guardare come trattano le loro donne. Se ci fosse più ricchezza, più lavoro quel mondo sarebbe diverso. Ci sarebbero più opportunità per le donne”.

- E le donne non riescono a far sentire la differenza.

“Ma no, parlano gli uomini di Hamas, non le donne. Le donne sono solo madri di martiri…”

- E non possono dissentire…

“Ma nessuno può dissentire dalla voce ufficiale. Ricordiamo cosa è successo tra Hamas e Fatah. C’è stata una guerra fratricida. Ricordo di aver visitato in ospedale dei palestinesi di Fatah e parlavano di Hamas molto peggio di come ne parlino gli ebrei. E’ tutto molto complicato”.

- C’è un problema di comunicazione. Al di là delle prese di posizione su Haaretz di Gideon Levy ci sono molti intellettuali palestinesi e israeliani che esprimono dissenso ma le loro voci non giungono sui quotidiani e sui grandi circuiti televisivi.

“E’ vero. I grandi mezzi di comunicazione non hanno notizie. Al contrario di quanto è successo durante la guerra nel Libano, durante la quale i soldati partivano da casa col telefonino in tasca e chiamavano la famiglia e spiegavano dove si trovavano e cosa stavano facendo; quando partivano le critiche nei confronti dei comandanti che dovevano far così, dovevano far colà; stavolta l’esercito è partito preparato. La campagna è stata preparata a lungo, nessuno ha potuto portare niente, nessun telefonino, nessun giornalista, tranne gli embedded, nessuno in realtà è a gaza tranne le troupe televise di Gaza che trasmettono poi le immagini che vediamo. La comunicazione è ben altra. C’è una sorta di censura militare per cui gli stessi esperti politici e militari hanno ben poco da dire. A questo punto l’opinione pubblica è compatta dietro al governo. Compatta con percentuali tra l’80 e il 90 per cento. Tanto per Israele. Le voci contrarie sono poche, si sentono poco. Pochi vogliono ascoltare. Ma ci sono quelli che continuano a parlarsi”.

- E la politica? Come parla la politica?

“Ehh. La politica parla con i missili, con le bombe. Oh, con questo non intendo giustificare quel che sta facendo Hamas. Per carità di Dio. Mai, mai, mai vorrei essere sotto il governo di Hamas. Non lo auguro a nessuno. Però, penso che le guerre siano una barbarie. Soprattutto le guerre inutili come questa. Perché alla fine non potranno ucciderli tutti. Anche andando casa per casa. Quindi, continueranno ad esistere”.

Insomma, forse la tregua è vicina, ma la pace, il dialogo, restano distanti, tanto distanti dal Medio Oriente.

http://www.pinofinocchiaro.it/

pinofinocchiaro@iol.it







lunedì 15 dicembre 2008


Ségolène Royal: l’agilità al potere




Intervista di Pino Finocchiaro per Rai News 24

L’agilità al potere per battere il precariato, l’insicurezza, il disagio sociale, le difficoltà a formare e tenere unita la famiglia. Questa la ricetta di Ségolène Royal, probabile candidata socialista alla presidenza della Repubblica francese.

Al microfono di Pino Finocchiaro, per la trasmissione Tempi Dispari condotta da Carlo De Blasio su Rai News 24, Ségolène Royal ha parlato di un mondo migliore da costruire con senso di responsabilità.

Responsabilità da ripartire e condividere nella parità tra uomini e donne. Per un mondo migliore, più agile e più equilibrato. Un mondo a misura dei bimbi e dei loro sogni. Spesso, realizzabili.


- Le Monde parlando della sua candidatura ha scritto: Panico a bordo. Fa ancora paura una donna sul ponte di comando?
"Un po', un po'. Bisogna che si abituino".

- Perché tante polemiche sul suo nome anche all'interno della sinistra?
"Perché questo senza dubbio corrisponde ad una rottura forte a cui non sono abituati, ma allo stesso tempo ci sono dei movimenti della storia che sono una buona cosa per l'umanità come il fatto che le responsabilità siano ben ripartite tra gli uomini e le donne in tutti i campi. Penso che sia un bene per l'umanità, penso sia più equilibrato".

- Il 52% dei francesi vorrebbe lei all'Eliseo, la confortano queste percentuali?
"Questo prova che i cittadini e il popolo stanno avanzando, ma le elezioni sono ancora molto lontane e i sondaggi non fanno un'elezione. Sono serena, lavoro sulle questioni dell'infanzia e dell'adolescenza che in passato sono state considerate questioni marginali o secondarie. Oggi, ed è una buona cosa, questi argomenti che vengono considerati femminili, a volte con un po' di accondiscendenza, ritornano al centro del dibattito e penso che la scuola, l'adolescenza, l'istruzione, la famiglia siano delle questioni centrali in molti settori. In particolare quando mi batto contro la precarietà del lavoro, lo faccio perché penso che quando i genitori vivono in una situazione di sicurezza dal punto di vista lavorativo anche i loro figli sono più sicuri. I genitori possono quindi assumersi le loro responsabilità. I bambini sono più tranquilli anche quando hanno una casa sicura, non manifestano ansie a scuola e si può chiedere loro di lavorare meglio".


- Il giorno in cui è stata annunciata la sua probabile candidatura, France 2 l'ha intervistata e lei ha risposto a tutte le domande: lotta al precariato, lotta al precariato, lotta al precariato.
"E' questa la parola d'ordine della sinistra, perché gli impiegati non devono subire ne' le esigenze del capitalismo finanziario, ne' quelle della concorrenza internazionale. Bisogna dare agilità alle imprese e bisogna assicurare un reddito a quegli impiegati che subiscono queste conseguenze a causa della realtà economica della concorrenza internazionale. Quali genitori possono allevare bene i propri figli se hanno paura di perdere il lavoro, lo stipendio?
L'equilibrio della società e la qualità dell'educazione dei bambini dipendono dalla sicurezza dei genitori. Questa sicurezza è allo stesso tempo un dovere e un diritto".

sabato 22 novembre 2008

Ciao Sandro, cronista del futuro


L'oro blu 

è il destino 

del mondo

Di Pino Finocchiaro

“La giornata mondiale dell'acqua promossa dalla Fao che si celebra il 22 marzo qui a Roma è un’occasione da cogliere al volo e da trasformare in evento”.
Sandro Curzi, dopo aver proposto di mandare in prima serata il documentario da Oscar di Al Gore, ora chiede che la Rai si occupi della Giornata mondiale dell’acqua indetta della Fao. Evento culminante dopo decine di consessi celebrati nel mondo in questi mesi per affrontare il fatto che un numero sempre maggiore di uomini, donne e bambini non ha accesso all’acqua potabile. E l’acqua in molti paesi del terzo mondo non basta più per le coltivazioni.

Sandro Curzi, ex direttore di Telekabul, sempre più impegnato nel tentativo di portare temi sociali in prima serata, incalza: “In Italia, forse sfugge l'importanza della difesa di questo bene di tutti, di questo patrimonio di noi uomini che viviamo su questo pianeta. Se non stiamo attenti, tra poco ci bruciamo la possibilità di avere quella che abbiamo qui in questa fetta di mondo e vitale in tutte le altre parti del mondo dove già questa assenza si è fatta terribile. L'acqua. La difesa dell'acqua è il tema principale da porre all'ordine del giorno. Insieme ad una questione più generale, quella del pianeta, di che fine facciamo”.

E le notizie non sono rassicuranti.
”Tutti i dati che ci vengono portati a conoscenza da grandi scienziati. Penso ai dati che giungono dalla spedizione in Groenlandia con dati molto esatti, molto precisi. Sul deperimento del nostro ambiente. Sulla possibilità di un disastro ecologico di dimensioni epocali per il nostro pianeta. Non più come pensavamo sino a qualche anno fa, in duecento, trecento anni, e tutti in modo irresponsabile, alzavamo le spalle. Si parla di dieci, venti, trenta, cinquant'anni per cose terribili come l'inondazione di una parte del nostro territorio. Mi sono permesso di dire, pochi giorni fa, dopo aver visto il documentario di Gore, che poi ha ottenuto l'Oscar. "Come. Noi come Rai non facciamo niente? Accade tutto questo e noi?

E noi?
“Ecco. Sto in ufficio. Tengo accesi tutti i televisori sui canali Rai e di Mediaset. Guardo. E' un'ora importante del pomeriggio. Non c'è un'idea in questa direzione. Tutti parlano di cose strane, di cose frivole. Allora, la giornata mondiale dell'acqua, può essere utilizzata affinché il problema dell'acqua ma quello più generale della sopravvivenza del pianeta, possa essere messo all'ordine del giorno delle nostre televisioni. Basta un canale. Uno. Uno solo. Ne abbiamo tre. Uno che dedichi spazio a questi temi. Con le trasmissioni in prima serata se si riuscisse ad ottenere già l'acquisto del film di Gore. Almeno riusciremmo a fare una cosa bella. Importante. Non so quale sarà l'ascolto. L'importante è provare”.

La giornata dell’acqua andrà in consiglio d’amministrazione Rai?
”Proverò a portare questa proposta in consiglio. Ci proverò. Anche riflettendo su un'esperienza che ho avuto con il programma di Gad Lerner dedicato al cancro. Era una serata terribile. Eravamo lì con Pier Luigi Celli a chiederci che risultati poteva ottenere una trasmissione con un tema così difficile mentre in Rai andava in onda il festival. Eppure ha fatto buoni ascolti. Un sacco di gente si è interessata al tema. Il che significa che anche nelle giornate più importanti c'è spazio anche per le altre cose”.

Quindi anche per i temi del lavoro, delle morti bianche, i genocidi, le migrazioni epocali che non riescono a farsi spazio nel palinsesto di prima serata? Abitualmente oscurati.
"Certamente. Intanto. Mi auguro che uno dei canali generalisti si apra a questa giornata evento del 22 marzo".

mercoledì 19 novembre 2008

Zavoli, televisione e guerra


''Media e terrorismo:

non basta dire no''


Dal nostro inviato, Pino Finocchiaro

"Contro il ricatto mediatico del terrorismo e le letture di comodo della guerra da parte dei media l'indignazione non basta. Non basta dire no. Occorrono azioni coerenti anche da parte delle istituzioni. Diversamente andremmo incontro ad una sorta di assuefazione. Il pericolo è la cecità civile e la sordità morale".Sergio Zavoli parla così a Catania. Lo incontriamo in riva al mare, in vista del mitico porticciolo di Ognina. E' intervenuto alla presentazione del libro intervista di Mauro Mazza a Biagio Agnes "Tv, moglie, amante, compagna" edito dalla Eri.

In un clima afoso e impettito l'intervento di Zavoli è apparso come una cascata d'acqua fresca. Una garbata lezione d'antico mestiere per ognuno di noi, piccoli cronisti, tanto provinciali. Zavoli rifugge dalle classificazioni estetiche dal bello al brutto e parla del buono, giudicando "utile" a comprendere la Tv italiana, la Rai in particolare, questo volumetto ricco di nomi e di anedottica.

Zavoli sfugge dal circuito inanellato della critica formale e tocca il cuore del problema: le ragioni del fare tv e tv pubblica in particolare. Parla del suo amore per la tv in questo ch'è tempo di guerra. Sfugge alle categorie della politica. Rivendica davanti al cattolicissimo Agnes il diritto laico a sottolineare l'autorità morale del Papa che condanna parimenti guerra e terrorismo e incita l'umanità alla pace e alla giustizia.

Cerca ancora lo sguardo del cattolico Agnes quando parla del "nostro sociologo" motteggia un attimo di pausa deludendo in una frazione di secondo popperiani e mertoniani per citare Mc Luhan e le sue lezioni, scritte ormai a metà del secolo scorso, sulla potenza del mezzo mediatico.

Non si sperde tra i corridoi di viale Mazzini a rincorrere nomi vecchi e nuovi. Zavoli corre su campi freschi e cieli tersi che spazzano via persino l'afa settembrina che attanaglia la Sicilia. Parla delle due Simone come amiche da difendere. Parla dei bimbi che muoiono di fame come figli d'ognuno di noi che tutti noi abbiamo abbandonato tra le spire della carestia.

Invoca "normalità" e ne sottolinea con Aragon il valore poetico. Conclude con un appello alle "coscienze", spiriti giusti d'ogni colore, affinché si riuniscano attorno alle "idee".

Dopo, in disparte, abbiamo scambiato quattro chiacchiere tra cronisti. Chiamatela intervista, se volete.

Televisione e guerra. Quale il primo risultato evidente?

Siamo stati trascinati in una guerra che non aveva motivo di essere dichiarata in quei termini e sulla base di quelle premesse rivelatesi infondate. La nostra presenza in Iraq ha dato la testimonianza dell'attitudine degli italiani ad essere presenti là dove c'è bisogno di qualcuno che si prodighi nelle situazioni difficili. Questo però non giustifica il fatto che si debba compiacere chi ha voluto con una guerra come questa ridurre l'umanità a dovere concepire un salto di civiltà epocale, al punto da dovere pensare che questa guerra genererà soltanto altre guerre. Che la pace non riuscirà così presto e così efficamente a trovare la strada per affermarsi.

Le due Simone, i tanti bimbi, le tante vittime innocenti della guerra sono un po' le vittime di questa guerra mediatica?

Non c'è il minimo dubbio. Il ricatto che viene consumato attraverso questi sequestri si fonda essenzialmente sull'efficacia dello strumento che viene usato per rendere efficace il ricatto, cioè sullo strumento mediatico che va a raggiungere le grandi masse. Le quali per salvare la vita di una persona sono pronte a entrare in campo a dire la propria opinione a manifestare le proprie idee. La cosa grave è che spesso non si faccia altrettanto da parte delle istituzioni le quali mi sembrano piegate alla logica di una guerra che è stata decisa altrove, senza di noi, soltanto con dello zelo che doveva significare che l'Italia era pronta a dare una mano a chi, francamente, andava là soltanto per tutelare e salvaguardare i propri interessi.

Quali responsabilità ha la comunicazione mondiale rispetto al diffondersi della povertà e della fame nel mondo?

Ci sono cinquantamila bambini che muoiono ogni giorno di fame nel sud della Terra. Penso che se gli strumenti di comunicazione d'ogni parte del mondo si mobilitassero per denunciare uno scandalo di questa natura e di queste proporzioni, credo che qualche risultato si otterrebbe. Il pericolo è la cecità civile e la sordità morale. Per cui le cose rimangono come sono e si trascinano perché nessuno è disposto a gridare un basta risolutivo che implichi, però, un atteggiamento politico. Non soltanto si risolva in una invettiva tanto per dire no, non mi piace, non mi interessa, è una vergogna. Non basta. Bisogna battersi perché le cose cambino.
Qui, in Sicilia, nelle ultime 24 ore sono arrivate mille persone, mille migranti in fuga su fragili barche. Uno sbarco continuo.Penso che bisogna predisporre le condizioni perché chi arriva debba trovare l'accoglienza che va riservata a un uomo e non a un emigrante disperato che non sa quale destino incontrerà.

Non crede che qualcuno stia usando i cannoni mediatici dopo avere auspicato vere cannonate su queste barchette?

Non a caso. Non a caso, la pronuncia di chi vorrebbe usare le cannonate contro le carrette del mare viene affidata alle cannonate mediatiche, come le chiama lei, è l'unico strumento che possa in qualche modo colpire efficacemente la fantasia della gente. Solo che l'opinione pubblica deve risominciare ad avere il proprio ruolo. La mia paura è che così andando le cose, finisca il ruolo dell'opinione pubblica. Ad esempio, questo continuo delegare all'opinionista - a quello, cioè, sempre pronto a pensare per conto terzi - qual è il giudizio da dare sulle cose... so di esagerare epicamente... ma credo che potrebbe implicare domani il rischio di vedere un'opinione pubblica che non è più disposta ad esistere, ad essere se stessa, a dire chi è e che cosa vuole.

mercoledì 29 ottobre 2008


Veltroni: c'era una volta in Rai

di Pino Finocchiaro


"Ricordo una foto di mio padre, primo direttore del Tg Rai. Ritraeva lui insieme ai suoi redattori. Mi dava la sensazione di una squadra. Mostrava quanto fosse unita la loro squadra. La stessa unione. La stessa forza di squadra c'era al Tg1 quando Emilio Rossi ne era direttore".


Walter Veltroni, interviene alla consegna del premio Ilaria Alpi all'ex direttore dell'ammiraglia dei Tg. Veltroni ricorda i tempi perigliosi in cui quella nave affrontò la narrazione dell'aggressione terrorista. L'indipendenza intellettuale di Emilio Rossi che le Br colsero bene tanto da colpirlo in un attentato."E questo giornalista - ricorda il sindaco Veltroni durante la cerimonia nel palazzo dei senatori, in Campidoglio - porta sul corpo i segni del suo lavoro contro il terrorismo, quando le Br lo gambizzarono".


Veltroni elogia Rossi proprio per la sua capacità di galvanizzare la squadra dei giornalisti, appassionare e fidelizzare i suoi ascoltatori con la "dote ormai scomparsa" di lavorare con "discrezione, passione e senso di equilibrio. Dote indispensabile per chi dirige un Tg come il Tg1 che è come camminare su una fune a sette metri da terra, senza rete".


Fu proprio quell'equilibrio, per Veltroni, a costituire la base forte su cui creare "un clima di squadra che attraversava le differenze politiche, pur in anni molto duri per il Paese".


E una presenza non di circostanza quella di Walter Veltroni. E' la vecchia passione per la verità, per la libertà d'informazione, per il servizio pubblico al servizio degli ultimi che riecheggia nelle sue parole.


"Qui c'è la Rai che ha fatto la storia - aggiunge Veltroni - Mi piacerebbe che la Rai recuperasse la vocazione di servizio pubblico. Il che non vuol dire far finta che l'Auditel non esista, ma che non deve essere il primo elemento che determina le scelte".


Anche quando incontra i giornalisti, il giornalista Walter Veltroni invita a fare gioco di squadra per raccontare il Paese. Le storie dei senza voce.


"Bisogna occuparsi di politica nel modo migliore possibile. Ma per fortuna l'informazione, sempre di più, si occupa non solo della cronaca quotidiana della vita politica. Si occupa anche delle grandi questioni della società italiana. E se dovessi dire, mi auguro e spero che dall'informazione venga sempre di più uno sguardo rivolto alla condizione materiale, concreta, di vita del nostro Paese perché questa è quella che conta. Questa è quella che nel momento che viviamo desta nelle famiglie italiane particolare attenzione e preoccupazione"


Ilaria Alpi come esempio per i giornalisti del servizio pubblico?


"Assolutamente. Non solo per il servizio pubblico. Come uno degli esempi del giornalismo possibile. Di quel giornalismo che va a cercare la notizia, che rischia, che non ha paura. Ilaria è stata un esempio un po' per tutti".


C'è ancora troppa distanza tra il giornalismo possibile e quello che si fa?


"Ma no. Se ne fa tanto. Come si vede. In questi giorni c'è un giornalista della Bbc che faceva il suo lavoro e che per questo lavoro sta rischiando. Ce ne sono tanti giornalisti bravi, coraggiosi. Considero il giornalismo una nobile arte, non un problema".


Cosa si può fare in Italia per rendere più liberi i giornalisti?


"Avere più libertà e più pluralismo nell'informazione".


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Roma, 18 aprile 2007