Selezione degli interventi di Pino Finocchiaro, socio fondatore e componente del consiglio di presidenza dell'associazione articolo21 liberi di
domenica 1 agosto 2010
sabato 2 gennaio 2010
Erik e la verità
Sesso, bugie e Videocracy
Intervista a Erik Gandini di Pino Finocchiaro
Articolo 21, 09/09/09
La censura del trailer di Videocracy nasce dal timore che aumenti l’impatto sul pubblico del documentario denuncia del regista italiano che lavora in Svezia. Erik Gandini, autore di Videocracy, coglie il collegamento tra la sua opera precedente Gitmo, dedicata al carcere di Guantanamo e l’inchiesta sul rapporto tra media e potere nel nostro paese. “In entrambi i casi – spiega Gandini – con un sorriso lasciano trasparire impressioni e cancellano i fatti”.
Noemi rilascia un’intervista a Sky e dichiara “non ho paura di nulla”. Gli italiani che descrivi in Videocracy forse dovrebbero recuperare un po’ di sobrietà, di ritegno…
“Io ho paura. Lei non ha paura? Io ho paura. Questa situazione mi fa paura. Questo modo di lanciare così innocuo, così divertito, così divertente, così intrattenente. Nel film vedi questo mondo che non vorrebbe mai raccontare di sé stesso. Ha il monopolio di se stesso. Si racconta da solo. Da filmaker. Voglio raccontare la mia versione delle cose. Mi prendo la libertà di farlo. Con lo stesso linguaggio di questo mondo, con le immagini, con il cinema”.
Erik, a 20 anni sei andato in Svezia. Hai trascorso gran parte della tua vita professionale all’estero. Il tuo punto di vista è sicuramente…esterno rispetto al nostro. Tra le cose che ti fanno paura c’è anche quest’immagini che proiettiamo all’esterno?
“Non sono certo straniero. Sono Italiano. Né si può dire in esilio chi vive in Europa. Certamente ho un’esperienza in più in Svezia. I miei amici. Ti assillano di domande sull’Italia e non capiscono. Sempre domande spesso incredule, a volte divertite, a volte un po’ sprezzanti. L’Italia fa un po’ ridere. Videocracy l’ho fatto per un pubblico straniero. Il progetto è così. L’ho fatto per i miei amici in Svezia per far veder che non c’è niente da ridere”.
“Queste prospettive esterne. Il fatto di confrontarsi con una visione diversa, con un altro punto di vista, fa sempre bene. Rispetto a questo mondo dello spettacolo ci vorrebbero molti più interventi da un diverso punto di vista”.
C’è un dato di fatto. Negli ultimi mesi tre direttori di grandi testate (Corriere della Sera, Stampa e Avvenire) sono stati messi all’indice da Berlusconi o dai suoi giornali non perché schierati contro Berlusconi ma semplicemente perché non affidabili come vorrebbe: tutti e tre son cambiati.
“In realtà lui si preoccupa dell’Unità. E’ come dire micro-management Quando personaggi tanto potenti si preoccupano di problemi tanto irrisori… la stampa in Italia non lo minaccia più di tanto. A livello di pubblico incidono relativamente poco…
Prendiamo il trailer che è stato censurato. E’ evidente che questa televisione non vuole che si parli della televisione con il linguaggio della televisione ma da un altro punto di vista. Ci deve essere il monopolio, l’assoluto controllo di quello che appare in televisione. Berlusconi lo ha anche dimostrato negli ultimi giorni anche con le minacce alle testate. Anche nei confronti di giornali stranieri. Questa guerra contro la libertà di espressione è importante”.
Ecco. Il trailer. Cosa può aver costretto Rai e Mediaset a censurarlo?
“Io non so. Uno dei trailer vedi immagini di vecchi programmi Mediaset con tette e culi, per altro proiettate molto più rapidamente dell’originale, che finiscono con Berlusconi che applaude ad una parata militare. Se scrivessi il messaggio di questo trailer. Una frase. Il vestito di Berlusconi è alla base del suo potere odierno. E’ una frase che se la scrivi non è una novità, anche se la scrivi mille volte non fa effetto. Se descrivi lo stesso concetto con il linguaggio della televisione, in trenta secondi, con lo spot da trenta secondi, esprime la più potente forma comunicativa. Se esprimi le stesse cose con le immagini anziché le parole e le inserisci in un contesto televisivo diventa pericoloso. “Penso che nel mio lavoro in particolare, riappropriarsi di questo linguaggio, per me, per la mia vita… è importante”.
A mio parere c’è un piccolo scoop in tutto il tuo impianto che narra di videocrazia. La suoneria del telefonino di Lele Mora (si sente faccetta nera mentre appaiono simboli nazisti e fascisti, ndr.).
“Non so se sia uno scoop. Più che un fatto ideologico, mi sembra vi sia una questione di non etica, di non valore. Non credo che Lele Mora sia un fascista convinto che legge i libri sul fascismo. Che fa propaganda. Fa invece parte di un sistema di disvalori come dice Moretti. E’ proprio che non importa assolutamente avere un’etica a questo mondo. Ho pensato a questo sogno di Berlusconi che avrebbe potuto fare dell’Italia, in politica, quello che ha fatto con le sue società, con il successo del Paese. Quel che accaduto, invece, è che il berlusconismo ha portato questa cultura senz’etica di questo mondo della televisione commerciale dentro la politica e dentro tutto il Paese. In questo senso la suoneria di Mora è sintomatica”.
“E’ un mondo che propone pochissimi valori. Insomma, quattro cose: il successo personale, l’apparenza, i soldi, l’egoismo. Questo è riconducibile alla figura di Berlusconi. Se parli di scoop, penso più alle dichiarazioni del regista del Grande Fratello, Fabio Chiatti…”
Qualcosa riunisce le figure di Berlusconi, Mora e Corona.
“Il film è raccontato in modo cinematografico. Chiaro che c’è un legame tra loro tre ma con una gerarchia. Ovviamente. C’è un legame generazionale. Di generazioni diverse che però in qualche modo ripropongono una certa cultura e la rifanno per il presente”.
Fabrizio Corona che fa la doccia restituisce in qualche modo l’impressione di qualcosa o qualcuno che lustra il nulla. Rappresenta il nulla e lo rappresenta al meglio.
“Se hai avuto quest’impressione, ne sono contento”.
Ma quando li riprendevate, non si rendevano conto dell’immagine che stavano offrendo? Persino nel paradosso che riuscivano a rappresentare con quelle dichiarazioni, quegli atteggiamenti. Il lettone bianco piuttosto che la doccia nudo?
“Nel loro mondo il documentario penso che non esista come forma. Esistono i programmi grossi, di grande impatto, in televisione. Esistono questi programmoni che loro fanno con gli spettatori. Il mio progetto per quella televisione non li interessava più di tanto…”.
Esatto. E’ l’impressione che si coglie guardando il film. Che dessero queste interviste come una… concessione…
“Sono veramente curioso di loro. Mi interessavano proprio come persone. Li ho potuti incontrare a fatica. Fabrizio è molto difficile… è impegnato. Il mio progetto è marginale nella sua vita”.
Un altro personaggio del tuo documentario è quel ragazzo che vuol diventare qualcuno sulla scena. Rappresenta molto l’italiano medio. Il giovane italiano medio.
“L’ho visto ad un casting. Un provino per un programma televisivo. E’ molto sincero, molto tenero. Molto diretto, in modo molto poco intellettuale. Quando dice che la televisione ti pone dieci gradini più in alto degli altri. Che quando vai in televisione diventi immortale. Quando è disposto a fare tante cose per andare in televisione capisci che per lui non è un hobby. E’ sul serio. Ha investito. Nella sua vita di operaio in fabbrica, al tornio, quel mondo è il paradiso. Però è anche solo. Tutti questi protagonisti sono tutti soli. Hanno un progetto assolutamente individuale. Se riesce va bene a loro stessi. Il concetto è: i soldi fanno bene a te.
“Non c’è niente di collettivo, di altruista in questo. In questo sogno in cui tutti sono avvolti sono completamente soli. Ed è un po’ la cosa che vivo dell’Italia di questo momento. Il messaggio che viene dall’alto è quello di pensare a se stessi, alla propria famiglia, ai propri amici e basta. Soprattutto a se stessi. Non c’è un progetto collettivo in atto. In Svezia si respira in modo diverso. Ci sono i progetti collettivi della società. L’ecologia, la parità dei sessi. Vanno a prescindere dall’appartenenza politica. In Italia questo manca moltissimo. Il berlusconismo conferma questo egoismo di base”.
Erik, nel tuo lavoro di documentarista sei passato da Guantanamo al fortino dei media di Berlusconi. E’ sempre un problema di libertà.
“Il legame tra Guantanamo e le televisioni di Berlusconi è più vicino di quanto si pensi. Guantanamo è un posto totalmente aberrante ma che viene raccontato da loro giocando moltissimo sulle impressioni. Sull’impressione che lì tutto vada bene. Lì, ci sono queste guide bionde con gli occhi azzurri, molto gentili, ti fanno fare un giro della base per tre giorni, in albergo. Le guide rappresentano una facciata esterna molto innocua. Mi rendo conto che così come è stato raccontato Guantanamo, assolutamente sulle impressioni, non sui fatti, si percepisce l’idea che va tutto bene a livello di opinione pubblica. La stessa cosa c’è in Italia, fortissima, con questa cultura di videocrazia in cui le impressioni sono tutto. Basta dare i messaggi emotivi… tipo: Noemi era semplicemente un rapporto di padre buono che si preoccupa di una ragazza giovane che tutto si risolve. I fatti non contano, solo le impressioni.
Erik, sei nato a Bergamo. Quando hai scoperto di essere nato in Padania? E che sensazione hai provato?
“L’ho scoperto negli anni in cui andavo molto in Bosnia. Ho fatto i miei primi film a Sarajevo, in Bosnia nel ’94, ’95. Mi sono scontrato con la realtà balcanica totalmente ossessionata dall’idea di popolo. Il mio popolo è diverso dal tuo popolo. Io sono serbo tu sei musulmano. Siamo uguali. Abbiamo la stessa lingua. Siamo imprescindibili. Però siamo più preoccupati dalle differenze tra di noi che dalle cose familiari. In questo contesto che faceva veramente paura, ho scoperto la stessa mentalità nella zona in cui sono nato e cresciuto, nel Bergamasco, dove c’era molto questa rinascita di identità del popolo padano. E… ho avuto paura anche lì”.
sabato 14 novembre 2009

di Pino Finocchiaro *
Aureliano Amadei, aiuto regista, unico civile sopravvissuto alla strage della base Maestrale, celebra i tre anni di una nuova vita con in braccio la figlioletta nata da pochi mesi: il ché è già un bel miracolo dopo quella deflagrazione che lo fece volare in aria. Era stato un attore acrobata, in pochi secondi si ritrovò vivo ma zoppicante. Aureliano, porta ancora i segni di quell'urto, zoppica ancora. Ma il suo passo artistico si è fatto spedito.
Il clima informativo dei primi giorni era pesante.
Anche tra i familiari c'è sete di verità.
E le vittime civili?
"Uno dei produttori del film, Achille De Luca, è stato arrestato nell'ambito dello scandalo che ha portato in carcere Vittorio Emanuele. Inoltre è emerso che De Luca aveva contatti con i servizi segreti e quindi all'interno del ministero della difesa. Il film poteva contare sul patrocinio oneroso del ministero della difesa. Altri patrocini venivano dai dicasteri degli Esteri e Beni culturali. Certo è strano che uno stato restio a darti un permesso per fare riprese sull'autostrada Salerno Reggio Calabria per i rischi che comporta, abbia concesso a due piccole società di produzione (Matrix e Gabbiano) il permesso per fare un film, non un documentario o un servizio televisivo, in Iraq dove si spara. Sono zone oscure da chiarire".
Sei un testimone privilegiato eppure non tutti giudici che indagano ti hanno sentito.
Cogli una certa voglia di dimenticare?
Alessandra Savio, vedova del sottotenente Merlino, invoca per la memoria del marito e dei suoi colleghi il conferimento di una onorificenza militare. Cosa ne pensi?
A Nassiriya c'era la guerra o la pace?
lunedì 14 settembre 2009

e i berluscones si arrabbiano
Di Pino Finocchiaro
Il senatore Marcello Dell’Utri è stato citato dal pentito Gaspare Spatuzza negli interrogatori della procura di Firenze sulle stragi e mancate stragi del ’93 a Milano, Roma e Firenze. Questo preoccupa il presidente del consiglio che attacca i magistrati. Mentre l’ex magistrato Luigi De Magistris auspica maggiore sforzo dei magistrati nell'indagare sui rapporti tra Forza Italia e cosche. "Credo - sostiene - che i magistrati debbano fare di più. Non dimentichiamo che Marcello Dell'Utri è un condannato per mafia, ed è il primo consigliere di Berlusconi".
Ma la procura di Palermo non indaga e non ha competenza sulle stragi del 92-93. Il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, di ritorno dalle vacanze interviene sulle polemiche politiche innescate da Berlusconi : "Mi hanno onestamente sorpreso le dichiarazioni di Berlusconi su noi e sulla procura di Milano, perché noi non abbiamo indagini sulle stragi del '92 e del '93". Dice Francesco Messineo e aggiunge. "Quelle indagini sulle stragi di mafia sono di esclusiva competenza di Caltanissetta e di Firenze, noi a Palermo non abbiamo indagini su questi fatti e non potremmo neppure averne - spiega Messineo - Non riesco a leggere a quale tipo di indagine si fosse riferito il presidente del Consiglio nella sua dichiarazione".
Sull'ipotesi di riapertura del fascicolo "Sistemi criminali" affidato ai pm Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, Messineo ammette: "Abbiamo sì delle indagini alle quali partecipa e collabora il pentito Gaspare Spatuzza ma si tratta di indagini su delitti di mafia avvenuti a Palermo - dice ancora Messineo - Non ha nulla a che vedere con le stragi. Le indagini non sono di nostra competenza. Non so ne abbia Milano. Anche questo non riguarda il mio ufficio".
L'ex boss di Brancaccio, Gaspare Spatuzza, offre una nuova versione della strage di via D'Amelio sulla quale indaga la procura di Caltanissetta. Sulla sua attendibilità i giudici nisseni non si sono ancora pronunciati. Invece, i giudici di Firenze che indagano sulla strage di via dei Georgofili, cinque vittime, ritengono Spatuzza credibile ed hanno chiesto per l'aspirante pentito il programma provvisorio di protezione.
“Per fortuna, quella volta qualcosa non funzionò nei circuiti elettrici del telecomando che avrebbe dovuto far saltare in aria un'auto - una Lancia Thema - con dentro 120 chili di esplosivo. – spiega Attilio Bolzoni su Repubblica - Non ci fu strage. Ma rivela oggi il pentito Gaspare Spatuzza ai magistrati di Firenze: "Giuseppe Graviano mi disse che per quell'attentato avevamo la copertura politica del nostro compaesano".
Di ''momento storico particolare'' parla il figlio di Paolo Borsellino, Manfredi: ''Sembra che lo scenario in cui è maturata la decisione di assassinare mio padre possa schiarirsi
da un momento all'altro grazie a nuove collaborazioni e a particolari forse trascurati dagli investigatori in passato'', in una lettera inviata agli organizzatori del dibattito dedicato alla memoria del magistrato, organizzato a Roma da Atreju 09, la festa dei giovani del Pdl.
Borsellino, sia per quanto riguarda gli attentati di Roma, Firenze e Milano, i mandanti sono stati Dell'Utri e Berlusconi, allora non siamo sul terreno della lotta alla mafia, ma su quello della più volgare strumentalizzazione politica di parte".
La parola ai giudici.
sabato 8 agosto 2009
Ciancimino, il Tavolino e i Cavalieri

Eredita’ cospicua quella lasciata da Carlo Alberto Dalla Chiesa ai Siciliani. Non solo per il sacrificio della vita condiviso con la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo. Non solo perche’ quella strage obbligo’ il parlamento a varare la legge che istituiva il 416 bis, sull’associazione mafiosa. Innanzitutto e soprattutto per aver indicato nel connubio tra affari, politica e mafia il nodo da sciogliere. Perche’ aveva impiegato bene i suoi cento giorni a Palermo, l'ex generale dei carabinieri.
E’ accaduto venticinque anni fa. Un altro secolo, un altro millennio. Ma la breve avventura del generale Dalla Chiesa alla guida della prefettura di Palermo, ha inciso in modo rilevante nei metodi investigativi di questo quarto di secolo che ci separa dall’attentato con cui Cosa Nostra pose fine alla sua intenzione di porre ordine negli appalti siciliani.
"Ogni anno – spiega il presidente della commissione Antimafia, Francesco Forgione - questo anniversario ci ricorda che ci volle il suo sacrificio per ottenere che la legge principale per contrastare la mafia fosse varata dal Parlamento.
“Ancora adesso tutti quelli che lottano contro la mafia possono farlo anche grazie al sacrificio di Dalla Chiesa, che dimostro' gia' all'epoca di aver capito che uno dei fronti piu' difficili da affrontare fosse quello delle collusioni con la politica eche proprio dalla politica non ottenne gli strumenti necessari".
Perche’ il nodo da sciogliere oggi come allora e’ quello del rapporto tra le zone grigie della società e delle istituzioni con il potere surrettizio di Cosa Nostra. Il nodo del riciclaggio dei proventi di droga ed estorsioni in attivita’ imprenditoriali assolutamente lecite. Dagli immobili alle compagnie aeree, dai supermercati alle industrie chimiche, dagli alberghi alle agenzie di viaggi.
Quando Dalla Chiesa giunse a villa Whitaker mise subito all’indice le più grandi imprese catanesi che erano sbarcate a Palermo con il consenso di Cosa Nostra. Un fatto epocale che mostrava la grande adattabilità negli affari dei nuovi vertici della mafia siciliana. Li chiamavano i Cavalieri dell’Apocalisse. A denunciarne i misfatti era rimasto col suo gruppo di “carusi” solo il direttore del periodico ‘I Siciliani”, Pippo Fava, che sarebbe stato ucciso da li’ a poco, nel 1984, proprio per fare un favore ai “Cavalieri”.
Di Dalla Chiesa, cosi come di Fava, nei palazzi dei Cavalieri si mormorava “questi non ci fanno lavorare”. E per lasciarli lavorare in santa pace i vertici di Cosa Nostra non esitarono a farli fuori entrambi.
Il seme della legge La Torre e la volonta’ di Dalla Chiesa diedero i loro frutti. Ci furono altre indagini patrimoniali, ci fu il maxisequestro da cinquecento miliardi contro uno di loro accusato di aver ispirato l’omicidio di Pippo Fava, accusa mai provata in giudizio, e per i Cavalieri di Catania inizio’ l’apocalisse. Alcuni provarono a vendere, altri riuscirono a riciclarsi all’estero. Uno di questi gruppi fini’ negli Stati Uniti tra le ditte che producono apparati di sicurezza nel dopo 11 settembre. Ma fu proprio quell’indice puntato sugli affari da Carlo Alberto Dalla Chiesa a provocare l’apocalisse dei Cavalieri, spesso citati negli atti giudiziari prodotti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Dalla Chiesa si sentiva solo. Lo confido’ a Giorgio Bocca in una delle sue ultime interviste. "Ero in vacanza e il generale Dalla Chiesa mi chiamò: venga a Palermo, devo parlarle. Presi il primo aereo e arrivai in quella palazzina che era il suo quartier generale. Entrai senza che nessuno mi fermasse per un controllo. In quel momento ebbi la percezione di una battaglia persa".
Ma Dalla Chiesa avvertiva quella solitudine come una garanzia. Non andava alle feste per evitare di essere inconsapevolmente attratto in zone grigie e buchi neri della buona societa’ palermitana. Buona ma neghittosa. Dove nessuno parlava di mafia, ma tutti pagavano il pizzo.
Il vicepresidente della Commissione antimafia, Giuseppe Lumia, ricorda che "quando fu ucciso la sua morte fu soprattutto una conseguenza della solitudine in cui si trovo' a combattere contro Cosa nostra. Una solitudine che fu per gran parte responsabilita' del mondo politico. Se allora nacque il 416 bis oggi dobbiamo lavorare perche' le normative sulla mafia siano capaci di contrastarle veramente".
Se oggi gli industriali siciliani prendono posizione contro il racket e minacciano espulsioni e’ anche grazie al sacrificio di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
"Oggi – ricorda ancora Francesco Forgione - il suo ricordo deve spingeretutti ad individuare quali nuovi strumenti operativi e legislativi devono essere realizzati: per questo lavoreremo per avere un corpo unico delle norme antimafia, migliorare leggi e procedure per il sequestro e la confisca dei beni e nuove norme sullo scioglimento dei consigli comunali".
L'ex generale dei Carabinieri che era riuscito a piegare le Brigate Rosse nulla aveva potuto contro il patto scellerato tra politica, mafia e affari in Sicilia. Le sue indagini sui grandi gruppi industriali e sulle connivenze con i vertici di Cosa Nostra furono il primo motivo della sentenza di morte decretata dalla mafia.Oggi lo ricordano in molti. Tutti ricordano che dopo l'attentato di Palermo fu varata la legge sull'associazione mafiosa.
Ma contro i kalashnikov di Cosa Nostra lo Stato non aveva concesso a Dalla Chiesa ne' un'auto blindata ne' una vera scorta, ne' i poteri speciali che Dalla Chiesa aveva chiesto sin dalla nomina a prefetto di Palermo. A conclusione di quei cento giorni, ci fu chi fece sparire la sua agenda dallo studio di villa Whitaker, sede della prefettura. A Palermo, capita.
Venticinque anni dopo qualcuno in Sicilia si accorge che la mafia uccide il libero mercato. Dalla Chiesa lo aveva detto inascoltato, venticinque anni fa, un altro secolo, un altro millennio. Poi, lo uccisero.
lunedì 9 febbraio 2009
Felice Casson, giudice scomodo schedato dai Servizi
di
Senatore Felice Casson. Dopo anni trascorsi a indagare sui servizi segreti deviati, si ritrova nell’elenco dei giudici schedati e seguiti dai servizi… non deviati.
“Due cose innanzitutto. La Cosa non mi sorprende assolutamente perché ero abituato ad essere controllato anche prima. Tant’è vero che alcuni anni fa, in occasione di una mia relazione fatta a Madrid sui servizi segreti a livello europeo – avevano partecipato, ricordo, relatori dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, Otelo de Carvalho, leader della rivoluzione dei garofani in Portogallo – la mia relazione è finita in sintesi agli atti del Sismi ed è stata trovata durante una perquisizione. Si figuri che controllo c’era…”
- Un controllo… meticoloso…
“Era il tempo di Gladio. Immaginarsi. Addirittura, qualcuno era stato cacciato via per non aver trovato nulla su di me. Lo davo per scontato. Quando si fanno certe indagini da Palermo, a Milano, Venezia, credo che sia scontato che ci siano questi interessi illeciti da parte dei servizi segreti. Prima cosa.
“Seconda cosa. Quel che viene fuori, in maniera più grave, è che non si trattava di una parte deviata ma di un’attività che il Sismi riteneva istituzionale. Qui ripropongo il vecchio dilemma che ho sempre detto: i servizi deviati non sono mai esistiti ma quando hanno deviato nelle indagini sulle stragi lo hanno fatto perché erano istituzionalmente fatti per lavorare così. Quindi, non solo adesso. Anche quando depistavano per le stragi”.
- Emerge che persino i vostri colleghi stranieri venissero sorvegliati…
“Non mi sorprende. Perché se mi controllano a Madrid. Se vanno a Madrid i nostri. Vuol dire che loro sono interessati a questi rapporti internazionali a questi scambi di opinioni o di relazioni in materie sensibili. Viene alla luce un dato che in minima parte conoscevo anche prima ma che davo per scontato in maniera molto ampia. I servizi, dall’epoca del Sifar ai successivi, si sono comportati sempre alla stessa maniera. Sono stati forse più cauti, più attenti. Ma hanno lavorato ritenendo di poter fare sempre quello che volevano. Il problema è che il potere politico non ha mai avuto il coraggio né la forza di riformare seriamente questi servizi cosiddetti di sicurezza”.
- Il dubbio è che lavorino più a favore di un governo, di una parte politica che non dello Stato.
“Non solo. Forse è anche peggio. Nel senso che non è a favore di un governo ma a favore di una parte che può essere al governo, può non esserlo. E quindi di costituire, comunque far parte di una sorta di potere che si ritiene autonomo e indipendente rispetto agli organi costituzionalmente preposti”.
- E’ una sorta di golpe istituzionale. Un golpe freddo.
“ Non uso la parola golpe perché richiama qualcosa di violento. Direi che all’interno delle istituzioni queste gravissime forme di deviazioni, soprattutto da parte del servizio segreto militare ci sono sempre state”.
- Cosa si può fare? Sia sul piano normativo che del controllo sociale?
“E’ in discussione al Senato la legge di riforma sui servizi segreti. Arrivata dalla Camera dei deputati. Giovedì, fatalità, la commissione Giustizia ha redatto un proprio parere su questa riforma proponendo delle modifiche. Vengono toccati punti molto delicati su questa riforma dei servizi segreti. Innanzitutto, per quel che riguarda il segreto di Stato, la gestione di questo segreto di Stato. Le garanzie funzionali per gli appartenenti ai servizi e il reclutamento. Bisogna incidere fortemente sul settore reclutamento, sulla formazione di queste persone e quindi su tutta la gestione del personale”.
- Parlando con i pm di Marsala che indagavano sulla strage di Ustica mi sentii dire che non era mai stato opposto il segreto di Stato. C’è un segreto di fatto ancora più inviolabile?
“Sì. Infatti. Non è necessario che venga opposto. I segreti per risolvere a suo tempo la strage di Bologna, o di Peteano, o di Ustica, non li troviamo in un cassetto. Perché formalmente non esiste un documento dove si possa trovar scritto chi ha usato l’esplosivo, chi ha preparato l’ordigno, chi l’ha portato di qua, chi l’ha portato di là. Il problema è inverso. Il problema è la gestione delle informazioni, delle notizie, dei contatti che si hanno a livello, visto che qui parliamo di stragi, di eversione interna o internazionale”.
- Quindi non è un segreto di Stato, quello di cui stiamo parlando, ma una vera e propria menzogna. Una disinformatia istituzionale.
“Sì. Diciamo che non è soltanto un problema di segreto di Stato. In certe situazioni lo è stato e lo è ancora. Basti pensare al caso Abu Omar o al caso Sgrena-Calipari. E’ assurdo che questo governo si comporti peggio del governo precedente opponendo il segreto di Stato in modo che ritengo assolutamente
illecito. Vi sono altre situazioni più gravi, di coinvolgimento anche diretto e più profondo dei servizi in cui non vi è il problema di opporre il segreto. Come per piazza Fontana o la strage di Bologna. Può essere opposto su questioni singole. Il problema è più ampio. Più complessivo. Sul comportamento di questi uomini”.
- Nella sua veste di senatore, di esponente di questa maggioranza. Che effetto le fa sapere che gli uomini che indagavano su di lei, parliamo degli ultimi anni, siedono ancora in sedi istituzionali come il ministero della Difesa o palazzo Chigi?
“Questo è gravissimo. Come ho avuto modo di affermare al Senato, in commissione Giustizia. E’ gravissimo. Come è grave il comportamento del governo Prodi sul caso di Abu Omar e Sgrena-Calipari. Credo che ci voglia veramente un ripensamento e una modifica profonda all’interno degli apparati.
“Perché, ripeto e dico, ci sono delle persone all’interno del centrosinistra che hanno paura di qualche cosa. Noi vorremmo sapere di chi hanno paura e di che cosa. Siccome non c’è trasparenza, rimangono questi punti di domanda molto forti e molto pericolosi per le istituzioni”.
- Quindi, il rimedio principale contro questo tipo di inchieste è la sobrietà personale. Insomma, rimanere al di fuori e al di là da ogni tipo di accusa.
“Certo. Il punto è la trasparenza. Di non avere avuto e di non avere problemi. Di non avere nessun tipo di scheletro o scheletrino nell’armadio. Di non potere essere ricattati in nessuna maniera. Credo che non sia un caso che il Sismi avesse steso una rete così diffusa di controlli proprio per cercare di avere notizie da utilizzare in maniera diretta o indiretta. Questo è pericolosissimo. Perché dove non ricevevano notizie vere se le inventavano, creando il sistema delle veline”.
- Tra le persone “monitorate” dalla centrale spionististica di via Nazionale vi erano diversi giornalisti o anche parlamentari che in passato erano stati giornalisti o scrittori. Fa tanta paura la verità in Italia?
“Non è assolutamente un caso. Io definisco il potere giudiziario e il potere dei giornalisti come due colonne di un sistema democratico moderno. Perché sono dei sistemi di controllo, sia sulla politica, sia sulle istituzioni. I giornalisti anche sulla magistratura. Se vengono minate le basi di queste due colonne, vengono minate le basi stesse della democrazia. Quindi, controllare queste due colonne, vuol dire controllare tutto il sistema politico istituzionale”.
- Gli ultimi provvedimenti, incluso il disegno di legge Mastella, non sono a favore dei giornalisti.
“Stiamo affrontando la questione in commissione Giustizia al Senato. Sono relatore di questo disegno di legge. Ho individuato nella mia relazione almeno otto punti critici che vanno verificati. C’è una convergenza, almeno nel centrosinistra, della commissione Giustizia, per una modifica dell’impostazione propria di questo disegno di legge Mastella, sulle intercettazioni e sulla pubblicazione delle notizie. Ci saranno sicuramente emendamenti e delle modifiche in materia. Questo disegno di legge Mastella soffre di strabismo istituzionale. Nel senso che vorrebbe andare a colpire maggiormente l’ultimo anello della catena. Senza rendersi conto o, forse, senza dare tanta importanza al fatto che per quanto tu metta una sanzione più grave e nei confronti del giornalista non eliminerai il rischio della fuga di notizie, se non intervieni sulle fasi precedenti che sono quelle della polizia giudiziaria e della magistratura”.
- Il ddl Mastella si propone di impedire l’accesso ai giornalisti persino alle notizie già note all’imputato. Questo nulla ha che vedere con la riservatezza delle indagini.
“Questo è assurdo. L’ho criticato molto duramente. Come tutti quelli del centrosinistra che hanno fatto una critica dura su questo punto. Sicuramente su questo punto ci saranno degli emendamenti. Perché è assurdo che le intercettazioni anche quando sono già a conoscenza del difensore e dell’indagato magari arrestato, non sono più per definizione coperte da regime di segretezza, non possano essere pubblicate sui giornali. Varrebbe a creare dei privilegi inaccettabili in un sistema democratico come il nostro. Basti pensare alle conseguenze di fatto. Di tante indagini delicatissime in materia di corruzione, crack Parmalat e Cirio, o anche di terrorismo non sapremmo assolutamente niente per anni e anni. Pensiamo ad un’altra vicenda per altri versi differente come Calciopoli, non sapremmo nulla a tuttora. Perché le indagini sono molto lunghe, l’udienza preliminare è lunga lo stesso, per anni silenzio assoluto. Se un giornalista scrive, viene punito. Credo che non sia accettabile”.
- Il rischio di punizione vale anche per i giudici con questa prima scrittura della separazione delle funzioni fra le carriere di giudicante e pubblico ministero.
“Noi avevamo trovato un intelligente equilibrio istituzionale tra le richieste di separare completamente vite e professioni dei pubblici ministeri rispetto ai magistrati della giudicante e quelle di chi voleva lasciare le cose così come stavano.
“Credo che una forma di separazione delle funzioni sia istituzionalmente corretta, anzi doverosa, bisogna trovare l’equilibrio giusto. A mio parere la commissione Giustizia aveva trovato un sistema equilibrato che potrebbe risolvere i problemi e lo sconcerto determinati nell'opinione pubblica da certi provvedimenti del passato.. Ovviamente, i magistrati resistono. Credo ci sia un po’ troppo corporativismo su questa cosa all’interno della magistratura”.
- Oltretutto, ci sono dei tempi da rispettare. Se non si trova un accordo entro la fine di luglio c’è il rischio che entri in vigore la legge Castelli.
“Nella foga corporativa dei magistrati, qualcuno non se ne rende conto, ci stiamo avvicinando molto rapidamente al 31 luglio e si rischia di far entrare in vigore quella che abbiamo chiamato Controriforma Castelli, perché va contro l’impostazione costituzionale del nostro ordinamento”.
- Quindi, bisogna trovare assolutamente un accordo entro quella data.
“Assolutamente sì. In Senato ci attende una settimana calda. Vedremo a che punto verrà trovato un equilibrio in aula. In questo momento non sono in grado di dare nulla per scontato”.
- Un altro dei punti critici di questo disegno di legge riguardava l’accesso alle funzioni direttive e la loro durata…
“Credo che sia stato superato. Non c’è contestazione da parte della magistratura. Abbiamo creato e stabilizzato il meccanismo di temporaneità degli incarichi. Il sistema di valutazione del magistrato è demandato comunque al Consiglio superiore della Magistratura. Sono inserite delle norme che impongono al magistrato un aggiornamento professionale costante nel corso della sua carriera. Con dei passaggi, delle valutazioni periodiche. Credo che sia un segno di serietà. Se i magistrati contestano anche questo vuol dire che non si rendono conto quanto sia necessario un clima di serietà… che riguarda tutti quanti. Non mi sembrano assolutamente eccessive queste norme… impongono una maggiore professionalità”.